lunedì 29 giugno 2009

Destabilizzazione Iran, Teheran


Teheran, Iran.

Un cane attraversa la strada.

Annusa l'aria, sente l'odore.

Odore di propaganda.

Diciamoci la verità: il gruppo di potere attualmente al comando in Iran, a Teheran per la precisione, non va tanto per il sottile.

Manda in giro i suoi scagnozzi armati di bastone a massaggiar le tempie di coloro che si oppongono al suddetto potere, di quando in quando autorizza qualche scempiaggine morale tipo le impiccagioni degli omosessuali (scempiaggine ai nostri occhi, naturalmente), insomma non si tratta proprio di un bell'esempio di democrazia e rispetto dei diritti umani, come, per esempio, la Norvegia (un paese a caso).

Per un bel po' ci siamo astenuti sul tema Iran. Ora però la propaganda sui media tradizionali sta raggiungendo il livello di tolleranza caprino e, dopo aver accuratamente ruminato, entriamo nel merito.

Dunquedunque.

Per farla breve, un bel giorno ci sono state le elezioni in Iran. Ahmadinejad ha vinto le elezioni. Il candidato dell'opposizione ha invitato l'opposizione che non accettava la sconfitta a tornare a casa per evitare di rischiare la pelle.

Poi, Moussavi ha cambiato idea e si è messo ad incitare la popolazione a manifestare.

Uhm.

Da lì in poi è stato un crescendo di proteste. Un bel voltafaccia. C'e' stato anche un morto, anzi, una morta. Forse. Mentre scriviamo circolano voci di una catena umana lunghissima per le strade di Teheran, che parte dai quartieri nord e si estende.

Teheran, non tutto l'Iran, sembra proprio in fiamme.

E allora.

A chi è utile un Iran destabilizzato?

Affezionati lettori, il vostro Felice scrivano vi chiede di fare un passo indietro e pazientare leggendo il nostro lungo tasteggio caprino. Ne scoprirete delle belle. Ma dovete procedere nella lettura.

Chi osa voler decifrare gli oscuri e volubili avvenimenti che accadono dal medio oriente all'India deve obbligatoriamente aver letto Zibignew Brzezinski, Zibì per gli amici. Potete approfondire chi e' questo simpatico vegliardo a questo nostro vecchio post.

Allora scrivevamo:

Il Grande Scacchiere


Uno dei migliori trattati di geopolitica della storia moderna è il suo libro "The Grand Chessboard", Il Grande Scacchiere.

Nel suo libro, Zibì teorizza che il controllo di Eurasia è fondamentale per l'esercizio di un dominio globale, perchè in eurasia sono concentrate:

- il 75% delle risorse energetiche del mondo

- il 75% della popolazione mondiale

- 2/3 delle più grandi economie del mondo

- il 60% del PIL mondiale

Basta un piccolo sguardo al mappamondo per capire che chi controlla Eurasia controlla il Medio Oriente, ha veloce accesso all'africa, e rende periferiche Oceania e Americhe.






Sempre secondo Zibì,

  • all'indomani della fine della Guerra Fredda, gli USA sono l'unica superpotenza rimasta
  • è possibile fare leva su questo per esercitare il dominio globale
  • è necessario, tuttavia, ridimensionare la Russia a media potenza regionale e prevenire il suo ritorno come superpotenza

Diversamente, la Russia - per sua posizione naturale - sarà favorita nel controllo di Eurasia, non gli USA. E diventerà fondamentale acquisire posizioni di dominio in alcuni stati-chiave, fondamentali per la loro posizione.

Uno di questi è la Georgia.

...


Stati Pivot

Sapete cos'e' uno Stato Pivot?

E' uno stato come la Georgia: uno stato che geograficamente puo' cambiare i destini di un'area geografica molto più ampia di quello stato.

Facciamo un esempio di Stato Pivot.

Si puo' tranquillamente affermare che chi controlla militarmente l'Italia puo' controllare facilmente l'intero mediterraneo, o almeno dalla Grecia a Gibilterra. Dunque, l'Italia è uno Stato Pivot per lo scacchiere del mediterraneo, e una potenza che voglia controllare il mediterraneo dovrà necessariamente esercitare influenza o potere sull'Italia.

La Georgia è uno Stato Pivot, dicevamo, perchè fa da tappo al collo di bottiglia tra Mar Nero e Mar Caspio. Qualunque potere volesse espandersi dalla Russia all'Oceano Indiano, o verso le ricchezze del Mar Caspio, o verso le ricchezze iraniane, deve obbligatoriamente passare dalla Georgia.

Ed è meglio averla amica, o più facilmente sottomessa, che ostile.

Ecco dunque che una piccola pedina insignificante diventa invece strategica per il successo sul Grande Scacchiere.

Si spiegano dunque molti strani avvenimenti di cui avevamo già accennato a questo post sulla Georgia.

Bene, diranno gli affezionati lettori, ma che c'entra la Georgia con l'Iran?

C'entra, c'entra.

Perchè anche l'Iran è uno Stato Pivot.


I Balcani Globali

Gli affezionati lettori, giunti a questo punto della storia, vorranno andare di certo fino in fondo. Per andare fino in fondo alla tana della capretta bianca, però, bisogna avere la tenacia di proseguire.

Ora vi parliamo dei Balcani Eurasiatici, anche detti Balcani Globali.

Secondo il nostro amico Zibi', amico si fa per dire, c'e' una zona particolarmente instabile in Eurasia, ed è la zona a sud della Russia, incastrata tra il Mar Nero e la Cina. La' ci sono molte repubbliche ex sovietiche e paesi che generalmente si chiamano con nomi strani che finiscono per ...stan: tagikistan, uzbekistan, turkmenistan, kazakistan..

Zibi' li chiama "i Balcani Globali" perchè sono paesi fatti di un mosaico di etnie, spesso in conflitto tra loro, dove il gruppo di potere al comando, quale esso sia, accontenta gli uni ma scontenta inevitabilmente tutte le altre etnie, o almeno buona parte.




Questa area è ricca di risorse naturali, ma come vedete è anche ricca di tensioni interne.

Naturalmente il paese che esercita un'influenza dominante è in pole position per lo sfruttamento delle ricche risorse del paese obiettivo. Altrettanto naturalmente, sono molte le potenze di peso mondiale che guardano con interesse e canini colanti quell'area.

Qui entrano in gioco due stati pivot, importanti per l'equilibrio geopolitico dell'intera regione così come la Georgia è importante per l'accesso al Caspio.

E questi due stati sono...Turchia e Iran.


Turchia e Iran

Turchia e Iran sono a tutti gli effetti due stati pivot nella zona dei balcani globali. Sono entrambe due potenze di portata regionale, due potenze di media grandezza, che contibuiscono a stabilizzare l'equilibrio geopolitico dell'area.

La Turchia, storicamente, punta verso Est in linea orizzontale, verso Azerbaijan, Georgia e parte dei Balcani Globali. Quella è l'area in cui, nel mosaico di etnie, sono presenti ceppi turcofoni, che sentono ancora naturale il richiamo turco.

L'Iran, ancora più storicamente se pensiamo all'impero persiano, tende naturalmente a proiettare i suoi interessi anche a nord, nelle medesime aree.

La presenza degli interessi di due potenze regionali di media grandezza ha da sempre contribuito alla stabilità nell'equilibrio dei poteri nello scacchiere dei balcani globali.

Destabilizzare l'Iran significa destabilizzare l'intera regione dei Balcani Globali, perchè chi destabilizza l'Iran altera gli equilibri interni della regione.

Ma chi destabilizza i Balcani Globali altera l'equilibrio di potere in tutta Eurasia, dunque nell'Isola-Mondo.

Vi ricordiamo che chi controlla Eurasia controlla praticamente il Mondo.

Guardate il processo di destabilizzazione di tutti i Balcani Globali negli ultimi anni:

  • Iraq: destabilizzato
  • Afghanistan: destabilizzato
  • Pakistan: destabilizzazione in corso
  • Iran: destabilizzazione in corso


L'intero arco che va dal medio oriente alla Cina è in subbuglio. C'e' dunque qualcuno che, a nostro avviso, ha interesse a piantare un bastone nei Balcani Globali ed agitare forte. La mano esterna e' a nostro avviso ben visibile.

Consigliatissima la lettura di questi articoli: la CIA e il laboratorio iraniano e le rivoluzioni color merda su Ripensaremarx.

Questo qualcuno non è certo Mosca, che da sempre gode di una certa influenza nell'area ex sovietica. Ed anzi, i russi si sono visti accerchiare da numerosi "cambi di regime" dovuti a "spontanee proteste popolari" negli ultimi anni proprio nelle repubbliche ex sovietiche più periferiche. L'instabilità dei Balcani Globali non giova loro.

Ne' giova al Pechino, che ha tutto da guadagnare dalla stabilità della zona, le cui frontiere sono contagiate dal mosaico di etnie di cui sopra. Non sarebbe utile avere una fetta di Balcani Globali destabilizzati all'interno del proprio territorio.

Le uniche forze a cui giova un arco dei Balcani Globali destabilizzato sono le potenze mondiali che hanno interesse a che nè Mosca nè Pechino espandano la loro sfera di influenza.

Cioè, le potenze.. diciamo una, o almeno un blocco...

Chissà quale..

Ehi guarda, una capretta a stelle e strisce.

Non finisce qui: accanto a questo gruppo di potere, noto per aver provocato numerose rivoluzioni colorate in giro per il mondo, sussiste concreto l'interesse di Israele, storico alleato americano.


Israele

Israele ambisce ad essere l'unica potenza regionale della zona e vede come il fumo negli occhi la presenza di altre potenze regionali che ne possano bilanciare il potere o minacciarne la supremazia.

Specialmente se sono paesi arabi con un buon esercito e/o armi di distruzione di massa (di cui peraltro Israele è ben fornita e del cui uso non ha mai resa nota la dottrina).

Vediamo i paesi arabi ostili o potenzialmente ostili ad Israele, meglio se nucleari.

  • Iraq: destabilizzato
  • Iran: destabilizzazione in corso
  • Pakistan: destabilizzazione in corso

Conclusioni

Tanti interessi convergenti....

E poi il corriere ci racconta delle spontanee proteste di piazza.

E' tutto un caso, e poi Ahmadinejad è un islamonazista perchè gli stanno sul cazzo gli ebrei.

Già.

Saluti felici

Felice Capretta

venerdì 26 giugno 2009

Un'ultima estate di prosperità

Ah, la ripresa è vicina, sarà una crisi a V, a U .... ricordate?

Contrariamente a quanto alfabeticamente strombazzato finora dalle ridicole autorità di politica economica e politica tout court (tutto già visto, ricordate “le pompose dichiarazioni”?), gli stessi stanno iniziando a fare marcia indietro e sta cominciando ad essere evidente che:

  • la crisi non è finita e non finirà a breve
  • non ci sarà ripresa nel 2009 e neanche nel 2010
  • il peggio non è passato, ma anzi deve ancora venire
  • la crisi sarà lunga e drammatica e sarà almeno decennale per UK e USA

Niente di nuovo per gli affezionati lettori di informazione scorretta.

Vediamo più nel dettaglio le dichiarazioni di oggi.

Molto interessanti davvero.

Draghi: PIL italiano giu’ 5%

Semper Fidelis Mario Draghi, dall’altro del suo Financial Stability Board (la grassa poltrona in pelle umana regalatagli per i suoi servigi all’indomani del G20) improvvisamente inverte la rotta e dichiara che il PIL in Italia scenderà del 5% quest’anno nella rosea ipotesi in cui la crisi si congeli oggi. Ma ben sappiamo che la crisi non finirà oggi, e dunque tra le righe leggiamo che Semper Fidelis prevede una contrazione del PIL ben superiore al 5%. Dal corrierone (nientemeno!), aggiungiamo qualcosa:

A livello globale gli interrogativi, spiega il governatore, riguardano il rientro dalla «straordinaria» espansione della liquidità e l’esito del massiccio intervento degli Stati, non dell’Italia, nel salvataggio delle banche.


Interrogativi? No, dico....Interrogativi? Ad uno come Draghi dovrebbe essere evidente che la strada dell’iperinflazione o del default, almeno negli USA, è segnata.


Tremonti: Silenzio fino a settembre

Sempre dal corrierone, in risposta a Draghi: "Intervistato dal Tg2, ha ricordato che «la stessa istituzione qualche mese fa aveva detto -2%». Tremonti ha poi fatto un appello agli economisti, chiedendo «silenzio fino a settembre». «Facciamo passare almeno l'estate. Ne guadagnerebbero gli economisti in salute, ma soprattutto la gente. Non è censura, è igiene». "

Già. Uhm.

Minuto di silenzio.

....

Ehi guarda, una capretta.




Banca d’Inghilterra: il peggio deve arrivare

Bloomberg ci informa oggi che per un rapporto diramato ieri dalla Banca d’Inghilterra il sistema finanziario è vulnerabile a nuovi shock. I forti colpi ai bilanci assestati dalla crisi hanno lasciato le istituzioni finanziarie vulnerabili. Esiste la possibilità di una nuova ondata di shock, esiste il rischio che l'economia resti impantanata nella recessione.

(mmm...ondate...ci ricorda qualcosa...)

A causa delle loro posizioni sul fronte dell'indebitamento e dei finanziamenti le banche nel Regno Unito e sul mercato internazionale rimarranno sensibili a ulteriori shock per un certo periodo.

Le perdite sugli asset potrebbero aumentare se il flusso del credito non riparte. Questo peggiorerà ancora la sfiducia nel sistema bancario.

Vi lasciamo immaginare cosa significa la perdita di fiducia in un sistema che sulla fiducia si basa.

E infine

L’uscita dalla crisi potrebbe essere lunga, ardua e faticosa.

Ma pensa.... ma pensa un po'...


Cina: il tesoro USA emetta titoli denominati in Yuan

Titoli T-bond USA denominati in Yuan, ce ne dà notizia fondionline. Evidentemente i timori di iperinflazione negli USA iniziano a farsi sentire sulla sponda cinese dell’Oceano.

In caso di inflazione o forte svalutazione del dollaro, i titoli denominati in dollari perderebbero il loro valore. Il debitore americano riuscirebbe così a “diluire” il suo debito, mentre il creditore cinese si troverebbe con un credito annacquato e fortemente svalutato, tanto quanto il dollaro per la precisione.

L’emissione di T-bond USA in Yuan (approfondimento qui, al punto 2) proteggerebbe la Cina dall’iperinflazione del dollaro, ma strangolerebbe la capacità USA di ripagare il debito. E’ per esempio la fine che rischiano di fare le aziende lettoni e più in generale del’Est, alle prese con debiti denominati in Euro o valute diverse dal Lat o dalla loro valuta locale.

Torna inoltre la proposta cinese di un paniere di valute in sostituzione del dollaro come valuta di riserva internazionale, gia apparsa al G20 e al meeting del BRIC .



Dubai e Arabia Saudita: congelati i fondi del gruppo Saad, insolvenze

Da Finanzainchiaro un interessante aggiornamento sulla situazione nei paesi arabi, dove la Banca Centrale saudita ha ordinato a tutti gli istituti finanziari e bancari del Regno di congelare tutti i conti del presidente del gruppo Saad, il miliardario saudita Maan al-Sanea, che è proprietario del 2,97 % della HSBC, la maggiore banca europea con sede a Londra.

La banca, un tempo denominata Hong Kong & Shangai Banking corp., è anche una delle maggiori banche dell’Asia.

La decisione della Banca Centrale saudita è dovuta al fatto che una società della Algosaibi non è stata in grado di onorare una transazione valutaria da un miliardo di dollari.

Un bel buco, non c'e' che dire.

Si avvicina una bella estate.

Forse sarà l'ultima estate di prosperità così come la concepiamo oggi.

Niente paura pero'. Anzi. Di certo anche alcuni di voi affezionati lettori, come noi, ritengono che paradossalmente il peggio sta passando proprio in questo momento storico.

A nostro avviso, infatti, un mondo vecchio 50 anni sta finendo, con la fine del dollaro. Anzi, è già finito, come un malato in agonia attende che si compia il suo destino.

Probabilmente sta finendo contemporaeneamente anche un mondo vecchio di secoli, forse millenni, un mondo fatto di schiavitu’, di sfruttamento, di potere del denaro, di legge del profitto.

In questo senso il peggio sta passando.

Quello che verrà dopo dipende da....

...te.


Saluti felici

Felice Capretta

giovedì 25 giugno 2009

Tir impazzito-Toyota giù 40%

Tir impazzito uccide persone”, intitolano buona parte dei media allineati oggi, insieme alle notizie dell'Iran in corso di destabilizzazione.

Dovizia di particolari truculenti su Metro: il tir impazzito carico di autista greco e maiali macellati travolge e uccide sull’autostrada un operaio marocchino che tagliava l’erba.

A momenti ne trita altri due, che pero’ si salvano.

Naturalmente alla famiglia della vittima vanno le nostre condoglianze (e agli scampati i nostri complimenti), ma non possiamo fare a meno di sollevare alcuni interrogativi:

  • Che bisogno c'era di entrare nei dettagli?
  • Non c’era proprio niente di meglio di cui parlare, magari anche solo aprire un bel dibattito sulla sicurezza delle strade?
  • Ma soprattutto... da quando in qua i tir soffrono di disturbi della personalità..?

Solitamente ci fermiamo a questo punto e vi proponiamo qualcosa di più interessante.

Oggi però ne abbiamo letta un’altra veramente epocale, sempre su Metro, che vi ricordo è un giornale di free press letto da decine di migliaia di pendolari.

“Auto piomba su bambino, resta illeso”

È rimasto miracolosamente illeso un bambino turco che giocava [...] quando è stato travolto da un’auto pirata [...] per fortuna il piccolo è stato solo sfiorato lateralmente dal passaggio del veicolo e dopo essere precipitato dalle scale si è rialzato da solo.

A questo punto ci chiediamo: ma l’auto lo ha travolto o lo ha sfiorato solo lateralmente?
No, perchè tra una cosa e l’altra c’e’ una bella differenza... un’auto che ti sfiora non ti fa niente, un’auto che ti travolge ti lascia sull’asfalto come una melanzana.

Non ci sono mezze misure: o ti sfiora, o ti travolge!

Probabilmente il giornalista di Metro non coglie la differenza. E allora farebbe bene a dedicarsi alla raccolta felice delle melanzane, anzichè scrivere cosacce che vanno in mano a decine di migliaia di persone. Sarebbe sicuramente più utile a se stesso e alla collettività.


Forse, dicevamo, avrebbe avuto più senso dedicare più spazio ad un paio di notizie passate ancora una volta inosservate o quasi. Ce ne danno notizia swissinfo e bloomberg.


Giappone: Toyota giù 37,9% produzione auto


A maggio il leader mondiale del settore auto, toyota, ha segnato un 37,9% in meno di auto prodotte rispetto al maggio 2008.

TOKYO - Toyota continua a mostrare segni di cedimento: la produzione totale del leader mondiale dell'auto, considerando anche i marchi Daihatsu e Hino, ha segnato a maggio una contrazione del 37,9% su base annua, a 501,685 veicoli.

Sul fronte domestico, spiega la compagnia in una nota, la flessione è stata del 41,9%, a 192.637 veicoli, portando a 10 mesi di fila la contrazione. Considerando tutti i brand del gruppo, la produzione è scesa del 39,9%, a quota 243.706 unità.

Le vendite in Giappone di Toyota hanno perso il 23,1%, a 82.394 pezzi (-21,4% a 125.238 unità a livello consolidato), mentre l'export, pari a 100.117 veicoli, ha ceduto il 51,3%, segnando l'ottavo mese di declino consecutivo.


(articolo originale)

E’ attesa per oggi pomeriggio la conferenza stampa del nipote del fondatore, che ha preso da poco il timone del colosso dell’auto. Gli auguriamo di avere pronta una buona compilation di barzellette per sdrammatizzare l’atmosfera in sala stampa.


L'altra notizia ora.

USA, case nuove: pesantemente deluse le aspettative

Negli USA, le vendite di abitazioni nuove sono calate dello 0,6%, in forte controtendenza alle aspettative di un rialzo del 2,3%. Dato bloomberg.

Veramente c'e' da chiedersi che cosa gli ha preso agli "analisti" per prevedere un rialzo del 2,3% in un mercato disastrato. Un mercato dove c'e' chi propone di radere al suolo le case che ormai non vuole più nessuno (e che oggi potete comprare a 6.000 euro. Si, una casa intera a 6000 euro...!)


Saluti felici e informazione scorretta :-)

Felice Capretta

sabato 20 giugno 2009

Bond americani a chiasso, aggiornamento

Anche se buona parte della stampa italiana non ne parla, impegnata com'e' ad annusare morbosamente le malefatte del presidente del consiglio, sembra che sia giunta ad un punto di svolta la vicenda dei bond americani sequestrati a chiasso ai due giapponesi immediatamente soprannominati Gianni-san e Pinotto-san.

Ci informano le agenzie, ticinonline ed effedieffe degli ultimi sviluppi: i bond sarebbero falsi, almeno secondo Mckayla Braden, senior adviser per gli affari pubblici all’Ufficio del Debito Pubblico del Dipartimento del Tesoro Usa.

E i due giapponesi non sarebbero giapponesi ma filippini, di cui uno già noto alla giustizia per aver pasticciato con titoli falsi.

Secondo gli esperti del Tesoro americano, i falsi sarebbero stati fatti con un comune software di fotoritocco. Questa dichiarazione discorda in pieno con le prime dichiarazioni delle fiamme gialle italiane. Ricorderete "se sono dei falsi, sono molto ben fatti".

Delle due l'una: o sono le fiamme gialle che non sanno distinguere un bond buono da uno fatto con photoshop, oppure sono gli esperti del Tesoro americano a dare giudizi affrettati (o a voler coprire le loro sporcaccionate)

Se è vera la prima, andiamo tutti a Chiasso a vendere bond finti ai finanzieri italiani...!
(I famosi Capretta Bond da 10.000 euro al pezzo)


Se è vera la seconda, sarà necessario attendere ulteriori verifiche.
Sembra comunque che gli americani siano davvero convinti.
Staremo a vedere, ma la vicenda resta oscura.

Pietro Cambi di Crisis ipotizza la truffa dei titoli di stato doppi:


In questo vuoto di notizie istituzionali fioccano le tesi complottarde più grosse e c'è anche chi ricorda come quella di contraffare titoli di stato è una usanza che è storicamente stata rispettata dalle banche CENTRALI di molti paesi, durante la seconda guerra mondiale.

In pratica le banche centrali emettevano titoli DUE VOLTE con le stesse serie, appioppandoli ad ignari investitori, senza alcuna copertura finanziaria.

Tutto andava bene, ovviamente, finchè ambedue gli investitori si fossero presentati all'incasso. D'altronde con il paese in guerra e le finanze in una situazione drammatica non si poteva certo andare troppo per il sottile, giusto?

Del tutto casualmente i fondi ancora non impegnati del famoso progetto di salvataggio delle banche USa sono proprio 134.5 miliardi.

Sempre del tutto casualmente il totale dei fondi in bond americani detenuti da cittadini o enti russi è sempre intorno a questa cifra.


Niente di nuovo, in effetti.

Perchè...

....perchè una simpatica cosetta che pochi sanno è che l'Italia ha una antica storia di truffe di stato in materia di politica economica con l'emissione di doppioni. Poco più di 100 ani fa, ci fu infatti un enorme scandalo per un tentativo di truffa messo in atto da una banca autorizzata a battere moneta architettata ai danni di cittadini e imprese.

La banca si chiamava Banca Romana. Lo scandalo fu enorme.

Abusi di potere, una bolla speculativa edilizia, un'idea abbastanza folle da poter funzionare almeno per un po'. Leggetevi questo estratto da Terzaclasse.it a riguardo


Il primo scandalo politico-finanziario che coinvolse le principali Istituzioni del Regno d’Italia (Parlamento e istituti bancari) investì la società italiana sul finire dell’800 coinvolgendo eminenti politici, banchieri e il mondo economico legato al settore del credito edilizio.

Le premesse di questa grave crisi finanziaria affondano le radici nella tumultuosa fase di urbanizzazione che ebbe luogo a Firenze, e soprattutto Roma, dopo il trasferimento da Torino della capitale del nuovo Stato.

Le due città furono investite da una travolgente febbre edilizia che alterò in maniera significativa il panorama urbano e incrementare le truffe finanziarie senza che vi fosse un adeguato controllo da parte delle Istituzioni e delle banche che si trovarono coinvolte esse stesse in operazioni assai poco trasparenti.

Lo scandalo della Banca Romana si alimentò in questo contesto fino ad arrivare ad un punto di rottura nel momento in cui una crisi del settore delle costruzioni trovò l’Istituto capitolino, e altri istituti di minor rilievo, esposti finanziariamente sul fronte dei mutui edilizi che non riuscirono più ad onorare per mancanza di liquidità.

Si venne a sapere, così, che la Banca, che faceva parte del quel ristretto numero di istituti che godevano del privilegio di emettere carta moneta per conto dello Stato (gli istituti di emissione erano sei: la Banca Nazionale nel Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio, il Banco di Napoli, la Banca di Sicilia e, infine, la Banca Romana), aveva commesso gravi irregolarità contabili tanto che il suo governatore Bernardo Tanlongo fu accusato di aver fatto stampare un gran numero di banconote contraffatte (con numeri di serie doppi) per un controvalore di molto eccedente il limite fissato dallo Stato.

Si comprese, inoltre, che il livello di irregolarità era molto diffuso in quanto gli istituti di credito più esposti godevano di appoggi e protezioni politiche grazie alla accondiscendenza di molti deputati che avevano usufruito di parecchi “prestiti” agevolati e mai rimborsati.

Alla fine del 1889 l’affaire raggiunse una tale risonanza che non poté essere più sottaciuto.

[...]

L’indagine parlamentare riuscì a dimostrare che molti istituti di credito avevano una gestione finanziaria poco accorta a cui si accompagnava un diffuso malcostume politico che vedeva molti parlamentari debitori di ingenti somme nei confronti delle banche.

La commissione Alvisi, tuttavia, non riuscì mai a pubblicare i suoi risultati proprio per l’ostruzionismo operato da vasti settori parlamentari coinvolti nello scandalo. La questione fu ripresa nel 1892 dal senatore Napoleone Colajanni che, venuto in possesso del testo dell’Alvisi, lo rese finalmente pubblico.

Giolitti, che nel frattempo era diventato il nuovo Presidente del consiglio, cercò di insabbiare nuovamente lo scandalo (con il convinto appoggio del suo predecessore Francesco Crispi) ma, alla fine, anch’egli fu costretto a cedere e a nominare una nuova commissione d’inchiesta (la commissione Finali) a cui fece seguito, nel marzo del 1893, una terza commissione d’inchiesta (presieduta dall’onorevole Mordini) che fece finalmente luce sulle gravi irregolarità commesse dalle banche.

Il 10 agosto 1893 venne approvata la legge 449. Con questo Testo il Parlamento mise ordine nelle nel settore bancario mettendo, tra l’altro, in liquidazione la Banca Romana e sancì la nascita della Banca d’Italia.


Ebbene si. Piuttosto attuale, non è vero?

saluti felici

Felice Capretta

martedì 16 giugno 2009

Bric o la fine del dollaro

Iran, Iran, e ragazzo tedesco colpito da un meteorite ma illeso, di questo ci parla per lo più la stampa allineata.

Oh, guarda: il ragazzo aveva una probabilità su un milione di farla franca...(chissà come l'avranno calcolata questa probabilità?).

Già.

Che culo.

Eh.

Forse sarebbe stato opportuno dedicare un po' di spazio alla prima riunione del cosiddetto BRIC che si è tenuta ieri a Iekaterinburg, negli Urali, subito dopo il summit dello SCO: il gruppo della Shanghai Cooperation che coinvolge Cina, Russia, Iran e molti stati ex sovietici del Grande Scacchiere eurasiatico.

Il Bric, sorto a margine del summit di Tokio, è il nuovo forum di cooperazione regionale, espressione dei quattro stati che da soli rappresentano il 40% delle popolazione mondiale e il 15% del prodotto interno lordo, quattro potenze in apparenza non completamente allineate agli interessi del blocco angloamericano:

  • Brasile
  • Russia
  • India
  • Cina

Lo scopo del Bric è di far sentire la voce delle maggiori potenze economiche emergenti bilanciando il potere del G8.

E cosa si sono raccontati di bello i leader del Bric, al sicuro negli Urali?

Molte cose.

Secondo il Sole24Ore, si sono detti

"no a dollaro moneta mondiale"

[I leader del Bric] hanno chiesto una sistema monetario internazionale «più diversificato», e quindi meno ancorato al dollaro.

«Noi pensiamo che sua veramente necessario avere un sistema stabile di valute, affidabile e maggiormente diversificato», si legge nel comunicato finale del vertice. Una nuova architettura del sistema finanziario ed economico dovrebbe essere basata su «una capacità decisionale e su processi di realizzazione presso le istituzioni finanziarie internazionali».

I paesi Bric hanno sottolineato un impegno a portare avanti «la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali per riflettere i cambiamenti nell'economia mondiale».

Il premier russo Dmitri Medvedev: "Dobbiamo rafforzare il sistema monetario internazionale", [...] «Non solo la posizione del dollaro, ma anche la creazione di nuove valute di riserva, e forse, in ultima analisi, la creazione di divise sovra-nazionali, nuovi mezzi di pagamento e metodi di calcolo».

Messaggio reiterato più volte in passato, ma che acquista nuovo spessore politico davanti a un pubblico così solido, vasto e differente rispetto ai tradizionali leader dell'economia mondiale. «L'economia non può funzionare, se gli strumenti finanziari sono denominati in una unica valuta. Una simile situazione è osservabile attualmente», ha aggiunto Medvedev.

Secondo Reuters ed Euronews, invece, si sono detti qualcosa di diverso (si mettano daccordo una volta per tutte, questi giornalisti allineati):

Tra i temi che hanno tenuto banco c‘è la riforma finanziaria internazionale: nel comunicato finale non c‘è pero’ alcun riferimento al ruolo del dollaro o ad una moneta di riserva sopranazionale. I quattro paesi si pronunciano per un sistema dei cambi diversificati e stabile.

[...]

La bozza del comunicato preparato dai leader di Brasile, Russia, India e Cina non fa alcun riferimento al ruolo del dollaro Usa come valuta sovranazionale.

I maggiori paesi emergenti sollecitano invece un "sistema valutario diversificato, stabile e prevedibile" insieme a un maggior ruolo delle nuove potenze economiche in seno alle istituzioni finanziarie internazionali.

"L'attuale schema di valute di riserva, compreso il dollaro Usa, non è riuscito a svolgere le proprie funzioni" ha detto alla stampa prima dell'apertura dei lavori del vertice il presidente russo Dmitry Medvedev.

"Non resteremo senza una valuta di riserva aggiuntiva" ha continuato, precisando che quella di una nuova divisa sovranazionale rappresenta un'opzione anche alla luce del ruolo crescente degli 'special drawing rights' del Fondo monetario internazionale [i famosi SDR, diritti speciali di prelievo: il paniere di valute del FMI, NDFC].


Per Swissinfo, più nel dettaglio:

I leader del Bric hanno chiesto oggi di avere più voce nelle istituzioni finanziarie internazionali, proponendo al tempo stesso una maggiore "diversificazione" del sistema valutario internazionale.

"I paesi con economia di transizione e in via di sviluppo devono avere più voce e rappresentanza negli istituti finanziari internazionali", si afferma nella Dichiarazione comune adottata al termine del summit di Iekaterinburg. "Noi riteniamo anche che sia necessario avere un sistema monetario stabile, prevedibile e più diversificato", hanno aggiunto i quattro leader - i presidenti Dmitri Medvedev (Russia), Hu Jintao (Cina) e Luiz Inacio Lula da Silva (Brasile) e il premier indiano Manmohan Singh.

In precedenza, parlando a margine del summit, il principale consigliere economico di Medvedev, Arkadi Dvorkovic, aveva osservato come rublo russo e yuan cinese meritino anch'essi di essere inclusi nel paniere delle valute di riferimento del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nelle scorse settimane, il presidente russo aveva detto che Mosca intende proporre al prossimo vertice del G8 in Italia di fare del rublo una moneta di riserva mondiale, al pari del dollaro. Nella Dichiarazione finale si parla della necessità di lavorare insieme per arrivare a una "nuova architettura finanziaria mondiale", che tenga conto dei cambiamenti.

Medvedev, che ha definito il summit odierno negli Urali un "evento storico", ha parlato da parte sua di "meccanismi decisionali più giusti", in grado anche di garantire e rafforzare la stabilità sul pianeta. I quattro grandi paesi emergenti - che hanno ricordato l'importanza delle decisioni adottate dal vertice G20 in aprile a Londra - si sono inoltre impegnati a rafforzare la collaborazione per garantire la sicurezza energetica e quella alimentare. Al termine della riunione è stato annunciato che il prossimo summit del Bric si terrà nel 2010 in Brasile.



Riassumendo,
e cercando di rimettere in ordine le carte mescolate dai media, ecco i due punti principali che emergono all'indomani della prima riunione del Bric:

1. Il Bric di fatto mette in dubbio il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale. Pur non nominando il dollaro direttamente, il comunicato auspica un "sistema valutario diversificato" che inevitabilmente puo' emergere solo in alternativa al dollaro. Ci ricorda qualcosa.

2. Il Bric invoca una "nuova architettura finanziaria mondiale" e, anche se non nomina formalmente una nuova divisa sovranazionale, lo fa uno dei suoi componenti, il presidente russo Medvedev. Uhm, una nuova valuta mondiale... ci ricorda qualcosa.


Naturalmente, il dollaro ha perso terreno sull'euro.

Probabilmente molti intorno a noi non se ne stanno rendendo conto, ma stiamo assistendo in diretta alla fine del dollaro come valuta di riserva internazionale e probabilmente come moneta stessa.

Saluti felici

Felice Capretta

ps: per i lettori affezionatissimi, il GEAB 36 di Europe2020 è allo studio. Per il momento è disponibile la parte gratuita in francese qui.

Deflazione in Europa

Stanno iniziando ad affluire gli attesi dati sull’inflazione in zona euro, mentre i media allineati sono impegnati a sostenere l’incendio della nazione iraniana in prima pagina, e in seconda pagina ci raccontano delle gesta del premier a colloquio con Obama.

A proposito, Berlusconi è tornato portandosi in dono 3 detenuti di Guantanamo. Non si capisce perchè debbano venire in Italia: in fin dei conti, se sono innocenti dovrebbero essere rilasciati, e se sono colpevoli avrebbero dovuto subire un processo. Tuttavia, sappiamo bene che Guantanamo è una specie di incubo giuridico inventato dall’amministrazione Bush, e non c'e' molto altro da aggiungere...

Chiusa la parentesi, torniamo alle notizie economiche sul tema inflazione e deflazione.

Continuano a rallentare i prezzi, dicevamo, in Italia ed in Europa, con la caduta record dell’inflazione in Italia e molti paesi europei in deflazione ormai conclamata.

In Italia
apre le danze l’Istat, che ci conferma che il tasso di inflazione nel nostro paese è sceso a maggio a 0,9% su base annua. Mai così giu’ negli ultimi 40 anni. Correva infatti l’anno 1968 e l’indice si era fermato a 0,7%.

Nella zona euro, l’eurostat ci informa che l’inflazione è praticamente a zero. Non è certo una novità.

All’interno della zona euro, i seguenti paesi sono ormai caduti in deflazione:

  • Irlanda: -1,7 %
  • Portogallo -1,2 %
  • Spagna -0,9 %
  • Lussemburgo -0,9%

Saluti felici

Felice Capretta

lunedì 15 giugno 2009

Italia-Svizzera una passeggiata scorretta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la passeggiata scorretta dell’affezionata lettrice che si firma Goodlights.

Come ricorderete, in questo post sui 93 miliardi in bond americani fermati a chiasso avevamo sollevato alcuni dubbi. Uno di questi era relativo alla scelta del mezzo e del luogo migliore per varcare la frontiera.

Gianni-san e Pinotto-san, come sapete, hanno scelto il treno dei pendolari.

Potevano invece affittare un’auto, guidare per un’oretta al massimo, e raggiungere uno dei numerosi punti di confine dove si puo’ attraversare la frontiera indisturbati, passeggiando per allegri praticelli alpini. Avevamo anche suggerito un indizio.

Una passeggiata alpina tra prati fioriti e simpatiche caprette a 800 metri di quota e il gioco è fatto in meno di mezzoretta, ben lontano dalla frontiera e dalla guardia di finanza. Evitiamo di dare i dettagli precisi pubblicamente ma un indizio lo diamo...

Ebbene, l’affezionata lettrice Goodlights ha voluto recarsi di persona sul posto e constatare da se'. Effettivamente, seguendo le indicazioni, è riuscita a passare dall’italia alla svizzera indisturbata.

Per rendere la cosa più realistica, Goodlights avrebbe stipato nello zaino 250, ehm, 249 rotoli di carta igienica più altri 10 (più grandi).

Ecco il resoconto della sua passeggiata, partita alle 16:30 di sabato in territorio italiano.

Ce la farà l’affezionata lettrice?










Ebbene si, ce l'ha fatta!

Goodlights, un po’ stanca alla fine del percorso, ha attraversato il confine con il suo carico di 259 rotoli di carta igienica in tutta tranquillità, con una passeggiata da 30 minuti.

Il carico è arrivato a destinazione, senza controlli, sempre al sicuro nello zaino.

Niente che Gianni-san e Pinotto-san non potessero fare.
Invece loro hanno preferito il treno dei pendolari.
Perchè si sa, col treno si viaggia più comodi.

...

Ehi guarda, una capretta.

Saluti felici

Felice Capretta

giovedì 11 giugno 2009

+1,1 Italia, deficit record in USA

Italia: +1,1% produzione industriale intitolano oggi molti quotidiani.

Tutti a festeggiare: la crisi è finita. Per la serie "crisi del 29 - crisi attuale, le pompose dichiarazioni" anche il solito Trichet dichiara che l'economia ripartirà nel 2010.

Al di là della propaganda economica, i lascia rapidamente spazio a dati ben diversi.

Risulta invece che lo striminzito +1,1% italiano dei titoloni dei giornal non è altro che la classica sceneggiata napoletana (gli affezionati lettori napoletani ci consentiranno il termine), infatti:

  • Il famoso 1,1% in più è dato dall'indice destagionalizzato della produzione industriale, che mostra la tendenza mese su mese (quindi rispetto al mese precedente) in cui sono eliminate le oscillazioni a breve termine - le cosiddette fluttuazioni stagionali.
  • Lo stesso indice negli ultimi tre mesi è sceso del 9,3%.
  • Negli ultimi 12 mesi ha perso un drammatico 25,4% come indice grezzo
  • Negli ultimi 12 mesi ha perso il 24,2% come indice corretto per gli effetti di calendario

Si tratta del calo peggiore dal 1991.

Tutti a prendersi per il culo per un +1,1% quando in realtà siamo davanti ad un -25%.

Aggiungiamo che

  • l'indice grezzo di produzione di autoveicoli è calato ad aprile del 31,2% rispetto ad un anno fa
  • nei primi quattro mesi dell'anno è stato del 37,9%.

Ehi guarda, un'economia che funziona.

Passiamo ad altro.


Germania: crolla export aprile -28,7%, peggior calo dal 1949

In calo le esportazioni tedesche del 28,7% ad aprile 2009 rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. E' il peggior dato della storia della Repubblica Federale Tedesca dalla sua fondazione nel 1949.

Pesano in particolare le esportazioni verso gli USA, in caduta del 30% circa rispetto all'aprile 2008.

Anche le importazioni hanno registrato un netto calo, pari al 22,9% in meno.


Russia e Cina: La Banca Centrale di Mosca ha annunciato che potrebbe ridurre i propri asset in Treasuries, del valore totale di mercato di almeno $140 miliardi. La scorsa settimana la Cina ha fatto sapere che si prepara a percorrere la stessa strada nei confronti del dollaro e i T-Bond americani. Da wall street italia. (grazie all'affezionato lettore tra i commenti per la segnalazione)


Svezia: interessante notizia da cui si tengono parecchio alla larga i nostri giornali (grazie alla segnalazione dell'affezionato lettore che si trova sul Baltico). La banca centrale europea presterà 3 miliardi di euro alla banca centrale svedese per coprire gli eventuali squilibri delle banche locali, troppo esposte sulla Lettonia e troppo a rischio in caso di default o svalutazione in Lettonia.

Qui la notizia completa (inglese).


Europa e USA: Mediobanca ha contato i salvataggi bancari in USA ed in Europa. Non sorprende che in cima alla singolare classifica del continente più disastrato dai banchieri ci siano gli USA, con 702 salvataggi 702. In Europa il numero di istituti di credito salvati si ferma a 45. Secondo la previsione di R&S Mediobanca, saranno però i cittadini europei a pagare il conto più salato, pari a 1100 miliardi di euro contro i soli 561 stimati per gli USA.

Tutto da vedere.

Ora, il gran finale...

USA: il deficit di bilancio degli Stati Uniti e' salito a 189,7 miliardi di dollari a maggio, contro i 165,9 di un anno prima, e contro previsioni per 181 miliardi.

Il dato di maggio è il massimo storico.

Record anche per il deficit accumulato nell'anno fiscale in corso, a un passo dal trilione, pari a 991,9 miliardi per l'esattezza.

Saluti felici

Felice Capretta

mercoledì 10 giugno 2009

Titoli USA 93 miliardi a Chiasso

A grande richiesta rilanciamo e commentiamo la notizia che negli ultimi giorni ha fatto più volte il giro della blogosfera: 93 miliardi di euro (errata corrige, avevamo scritto dollari) in bond americani sequestrati al confine.

Un breve riassunto per chi non avesse ancora letto la notizia:

Il 4 giugno a Chiasso, al confine con la Svizzera, la Guardia di Finanza ha fermato due giapponesi che stavano cercando di portare oltre confine 93 miliardi di euro, novantatrè siori diconsi novantatre' miliardi di euro, in buoni del tesoro americani.

Nascosti in valigia.

Già.

Fermati dalla finanza, i due giapponesi hanno cercato di minimizzare dichiarando: "è solo carta igienica".

Ahem.

Si, cioè...
potete leggere tutti i dettagli su ticino online e crisis, la storia originale e l'intervista al colonnello della finanza di Como.

Qualche stralcio in breve dai due articoli (trovate altri lanci in giro per il web):
I valori erano posseduti da due cinquantenni giapponesi scesi alla stazione ferroviaria di Chiasso da un treno proveniente dall’Italia che, al momento del controllo doganale, dichiaravano di non avere nulla da dichiarare.

Un’accurata verifica dei loro bagagli consentiva invece di rinvenire, occultati sul fondo di una valigia, in uno scomparto chiuso e separato da quello contenente gli indumenti personali, n. 249 bond della “Federal Reserve” americana, del valore nominale di 500 milioni ciascuno e 10 “Bond Kennedy” del valore nominale di 1 miliardo di dollari ciascuno, oltre a cospicua documentazione bancaria in originale.

Per dare una idea delle dimensioni della vicenda, potete verificare da soli (forse meglio qui) che la cifra in questione, del tutto casualmente, corrisponde quasi esattamente all'importo TOTALE dei bonds che a Marzo 2009 erano nelle mani di investitori russi.


Ok, ok.

Ora, qualche spunto di riflessione.

Ci sono due giapponesi su un treno italiano diretto in svizzera, con in tasca svariati miliardi di bond americani, il cui importo è molto vicino ai titoli in mano a investitori russi.

Già.

Prima di tutto ci si chiede come possano due giapponesi pretendere di passare inosservati la frontiera italosvizzera. Il tutto, a metà pomeriggio, a metà settimana.

Poi, perchè in treno dall'italia alla svizzera. Perchè un treno locale. Perchè un treno, soprattutto, visto che la frontiera italosvizzera, a meno di un'ora di macchina da Chiasso, si puo' passare con estrema facilità.

Una passeggiata alpina
tra prati fioriti e simpatiche caprette a 800 metri di quota e il gioco è fatto in meno di mezzoretta, ben lontano dalla frontiera e dalla guardia di finanza. Evitiamo di dare i dettagli precisi pubblicamente ma un indizio lo diamo...

L'ideale, per chi trasporta merce che scotta veramente e vuole passare inosservato. Invece, treno.

Ci sarebbe da chiedersi anche perchè 10 bond da 1 miliardo di dollari e perchè 249 da mezzo miliardo. Dove sarà finito il 250esimo? Probabilmente lo avranno usato per pareggiare il tavolino traballante del bar della stazione Garibaldi di Milano bevendo il classico caffè prima di partire. Forse è ancora lì...Affezionati lettori milanesi, affrettetavi alla ricerca, finchè i bond americani hanno un briciolo di valore.

Infine, i due vengono tranquillamente rilasciati come se avessero tentato di esportare uno yogurt scaduto. Sotto minaccia, pero', di una multa da 38 miliardi di euro (roba che saremmo a posto per un paio di leggi finanziarie,

Sullo yogurt scaduto, pardon, sulla vicenda, indaga il Secret Service: l'agenzia competente per le contraffazioni e le indagini sui bond americani e responsabile della sicurezza del Presidente degli Stati Uniti, nientemeno.

Insomma tutta la faccenda sembra quasi grottesca, con Gianni-San e Pinotto-San che fanno tutto il possibile per farsi prendere, e, una volta presi ed innescato un casino enorme, se ne vanno indisturbati.

Di certo, una notizia del genere prima o poi arriva ai giornali (eh si, qualcuno ne ha parlato).

A nostro avviso, di questi tempi in cui il default degli USA è a un passo e i bond americani sono di conseguenza un investimento un po' troppo a rischio, questo potrebbe essere un segnale per qualcuno che lo stava aspettando, oppure un segnale che doveva andare a qualcuno.

Questa, teniamo a precisare, è solo una nostra impressione.

Una sensazione caprina.

Saluti felici

Felice Capretta

Aggiornamento 11/6 h. 15:50: consiglio di dare un'occhio anche all'ottimo Tra cielo e terra sull'argomento. Noterete molte analogie...! (Disambiguation notice: abbiamo letto quel post solo dopo aver scritto questo nostro :-)

Lettonia default o svalutazione

Lettonia, default o svalutazione del Lat. Effetto domino in Europa?

La Lettonia, dopo la mancata collocazione dei titoli del debito pubblico, e con il finanziamento del FMI a rischio, è a un passo dal bivio: o fa default sul debito o fa svalutazione del Lat. Già la popolazione si è fatta sentire con i primi disordini mesi fa.

Ci sono rischi di effetto domino in Europa.

Prima però facciamo un passo indietro e torniamo agli anni 90 del secolo scorso, al tempo della bolla del sud-est asiatico. La crisi delle cosiddette Tigri Asiatiche al termine degli anni 90 del secolo scorso è iniziata come una crisi finanziaria.

Torniamo in particolare al 2 luglio 1997.

In quel giorno caldo e umido, la borsa thailandese crollo’ repentinamente. Subito segui’ la svalutazione del Bath thailandese.

Nel giro di un paio di settimane, si svalutarono pesantemente anche la Rupia indonesiana, il Peso filippino e il Ringgit malese.

Le borse di tutti questi stati crollarono.

Nel gennaio 1998, il Peso aveva perso il 38% del suo valore rispetto al Dollaro. Il Ringgit aveva perso il 44%, il Bath il 51% e la Rupia indonesiana aveva perso l’80%.

Gli indici di borsa caddero fino al 50%.

Nel giro di pochi mesi, l’effetto domino si estese in tutto l’estremo oriente.

Il 21 novembre il Won sudcoreano perse più del 50% rispetto al dollaro, e solo tre giorni dopo crollarono la più importante società di brokering giapponese e due istituti finanziari del calibro di Sanyo Securities e Hokkaido Taku Shoku.

Nel Gennaio 1999 rischiò anche Hong Kong: messa in liquidazione la Peregrine Investments Holding, la borsa perse il 30%, ma il Dollaro di Hong Kong venne salvato anche dall’intervento cinese.

Il crollo del Bath Thailandese del 2 Luglio 1997 è stato dunque la scintilla che ha avviato la crisi finanziaria delle cosiddette tigri asiatiche.

Gli eventi in lettonia potrebbero provocare un effetto domino simile oggi?

Questo è quello che si chiede RGE Monitor, il sito di Nouriel Roubini, con l’articolo che traduciamo oggi per gli affezionati lettori di Informazione Scorretta.


L’Europa orientale è sull’orlo di una crisi simil-asiatica?

Gli occhi sono puntati su questa piccola economia baltica, nel mezzo di discussioni su una possibile svalutazione, a causa dei potenziali effetti domino verso le altre regioni baltiche, la Svezia e l’Est Europa in generale.

Forti legami commerciali e finanziari, per non parlare delle vulnerabilità macroeconomiche simili, significano che una crisi in Lettonia colpira’ quasi sicuramente le vicine Estonia e Lituania, come già anticipato in questo articolo di RGE Monitor (in inglese, NDFC) a inizio maggio.

Una crisi in Lettonia potrebbe anche avere un effetto domino in Svezia a causa della forte esposizione delle banche svedesi sulle tre repubbliche baltiche.

Il punto di domanda è se e quanto una crisi in Lettonia avrà effetti sulla regione dell’europa centrale ed orientale. I rapporti commerciali diretti e collegamenti finanziari tra la Lettonia e l’europa centrale ed orientale sono limitati. Ciononostante, molte di queste nazioni – in particolare Bulgaria a Romania – condividono le medesime vulnerabilità macroeconomiche della Lettonia, il che significa che una crisi in Lettonia potrebbe “svegliare” gli investitori per una potenziale crisi nel resto della regione.


Qual è il problema della lettonia?

Una volta era il pupillo degli investitori. Il boom economico, con la crescita a due cifre all’inizio di questo decennio, e’ stato accompagnato da squilibri massicci – un deficit corrente del 25% del PIL (tra i più alti al mondo) ed un carico di debito estero che ha raggiunto il 140% del PIL.

La correzione di questi squilibri sarebbe stata una sfida in qualunque circostanza, ma la crisi globale e la conseguente “siccità” di flussi di capitali liquidi hanno alzato la probabilità di una crisi totale della bilancia dei pagamenti. Il Lat, la moneta lettone, è agganciato all’Euro con una fluttuazione dell’1% . Questo tipo di fluttuazioni tendono a non sopravvivere a pesanti aggiustamenti economici come queli attualmente in corso.

(la fluttuazione così stretta è voluta dalla classe dirigente che pianifica di entrare nell’Euro nel 2012, ma una fluttuazione così stretta in una situazione come questa va necessariamente a provocare squilibri sugli altri parametri di Maastricht, il che rende comunque difficile il rispetto di tutti i criteri necessari per entrare nell’Euro, NDFC)

Nelle nazioni con tassi di cambio flessibili, la domanda interna non deve confontarsi con tutta la forza della correzione negli squilibri con l’estero perchè la svalutazione della moneta puo’ assorbire parte del fardello (facendolo naturalmente pagare ai cittadini, NDFC).

L’economia lettone è attualmente in stato vegetativo.

Anche se a dicembre è stato raggiunto un accordo di 7,5 miliardi per un pacchetto di salvataggio del FMI e dell’UE, il governo pronostica una contrazione del 18% nel 2009, il che la rende una delle economia in restrizione più veloce del mondo.

Il punto critico è se effettivamente la Lettonia riceverà la tranche da 1,7 miliardi a fine giugno.

Il vincolo bloccante è la capacità lettone di mantere al 5% il deficit corrente secondo quanto fissato nell’accordo. Il problema sta nel fatto che la caduta della crescita lettone è stata così netta che per mantenere gli accordi presi sei mesi fa è necessaria una estrema stretta fiscale.

Era stimato un calo del 5% del PIL, ora il governo stima un calo del 18%.

La stretta fiscale probabilmente innescherà una recessione ancora più grave. Anche con i tagli al budget, il deficit lettone supererà comunque i limiti, e non è chiaro se il FMI e l’UE accetteranno di allentare le condizioni del prestito. Se la lettonia non riceverà quest’ultima tranche, fronteggerà l’atroce dilemma tra default e svalutazione.

Alcuni indizi suggeriscono che anche in caso di pagamento della tranche di Giugno, la Lettonia non andrà verso la svalutazione. Il 3 giugno sono mancati acquirenti per 100 milioni di dollari di suoi titoli di debito. Mentre le autorità di governo rilasciano affermazioni antisvalutazione, molti commentatori vedono la svalutazione come inevitabile.

Un ex primo ministro ha proposto una svalutazione del 30% ed un ex direttore della banca centrale svedese ha dichiarato di recente che la svalutazione è inevitabile.

Nello stesso momento, la banca centrale lettone ha bruciato le sue riserve in valuta estera nel tentativo di mantenere il Lat nella banda di fluttuazione con l’Euro, passando da 6,6 miilardi di dollari a metà 2008 a 4,1 a fine maggio.


Perchè la lettonia non ha ancora svalutato?

Un ruolo chiave nel mantenere il Lat nella banda di oscillazione è la volontà di aderire all’Euro all’inizio del prossimo decennio. Questo obiettivo sembra sempre più illusorio.

Alcuni affermano che la Lettonia si sta aggrappando alla banda di oscillazione per evitare fallimenti di massa interni, a causa dell’elevato livello di prestiti concessi all’economia lettone denominati in valute estere, circa il 90% del totale. Comunque, come anticipato da RGE Monitor a Dicembre, si verificheranno fallimenti di massa, a prescindere dalle scelte lettoni.


Potenziale contagio

Tra le ragioni date dal FMI a Gennaio per sostenere la Lettonia nella sua volontà di restare nella banda di oscillazione dell’euro c’e’ l’idea che una svalutazione in Lettonia avrebbe effetti di ampia portata oltre la piccola nazione Baltica.


Estonia e Lituania

Forti legami commerciali e finanziari, e le stesse vulnerabilità macroeconomiche, significano che la crisi lettone quasi sicuramente si estenderà all’Estonia e alla Lituania. Le altre repubbliche baltiche sono i suoi partner priviliegiati.

Nel frattempo, le stesse banche svedesi che dominano il sistema bancario lettone dominano anche l’Estonia e la Lituania, costituendo un altro canale di contagio. La lettonia è la più debole delle tre.

Comunque, le altre due repubbliche baltiche hanno avuto anni di boom all’inizio del millennio, accumulando però deficit corrente a due cifre, e tutte e tre sono nel mezzo di severe recessioni.

Ancora più importante, anche Estonia e Lituania rientrano in bande di oscillazione con l’euro, e gli sforzi lettoni stanno solevando domande sulla sostenibilità di questi loro tassi di cambio semifissi.


Svezia

Mentre la Svezia non ha una prospettiva di grave crisi, i suoi forti legami finanziari con le repubbliche baltiche potrebbero tagliare pesantemente le prspettive di crescita del paese nordico. Le banche svedesi sono esposte per prestiti alle repubbliche baltiche per un importo pari al 20% del PIL svedese. Secondo Danske Bank, questi prestiti potrebbero costare alla svezia una cifra totale compresa tra il 2% ed il 6% del suo PIL su molti anni, in funzione di quanti debitori baltici faranno default. Sempre secondo Danske, tutte le banche svedesi esposte alle repubbliche baltiche dovrebbero rimanere solvibili in uno scenario di deflazione. Alcuni analisti teorizzano che potrebbe non volerci molto prima che la Svezia dia aiuti al suo settore bancario.


Europa Orientale e Centrale

La regione ha ha scambi minimi e legami finanziari con le repubbliche baltiche. Quindi il canale di contagio potrebbe essere il “wake up channel”, ovvero una crisi in Lettonia potrebbe “svegliare” gli investitori, allertandoli nei confronti di vulnerabilità simili in altre economie.

Fino ad ora, le prove suggeriscono che il resto dell’Europa orientale e centrale non eviterà completamente gli effetti la svalutazione lettone. Per esempio, la recente ondata di vendite dello Zloty polacco e del Forint ungherese sono state ampiamente attribuite a fattori collegati al potenziale effetto domino di una crisi in Lettonia.

Le nazioni di quella regione non sono un blocco omogeneo. Romania e Bulgaria, in particolare, presentano la stessa traiettoria boom-crollo della Lettonia. Gli squilibri esterni in queste 5 nazioni sono paragonabili, e in alcuni casi superano, l’accumulo degli squilibri prima della crisi del 1997 in Asia.

Per esempio, il deficit corrente nel sudest asiatico dal 95 al 97 è scivolato al 3-8,5% del PIL, mentre in Romani, Bulgaria e nelle repubbliche Baltiche ha superato il 10% del PIL nel 2008. Come nelle repubbliche baltiche, la Bulgaria opera in un regime di cambio semifisso e un fattore chiave è se la crisi in lettonia scuoterà la fiducia nella valuta bulgara.

Romania e Ungheria possono avere cambi flessibili, ma come la Lettonia hanno dovuto rivolgersi al FMI.

Altre nazioni nella regione – Cechia, Polonia, Slovacchia – hanno accumulato squilibri negli ultimi anni e sono nel pieno dei loro bruschi rallentamenti. Comunque, i loro squilibri non hanno mai raggiunto le proporzioni baltiche e balcaniche.


Una crisi lettone potrà colpire la zona euro?

Se si verifica una crisi nella bilancia dei pagamenti nel baltico e se si propaga con effetto domino verso le economie dell’est europeo (notare i grandi SE), la zona euro potrebbe essere coinvolta.

L’esposizione dell’eurozona deriva dalle forti esposizioni delle sue banche sulle economie dell’est, attraverso le loro controllate, dove mantengono un 60-90% della quota di mercato, a seconda della nazione.


Si conclude qui l’articolo di RGE Monitor.

Sulle possibilità di effetto domino in Europa, Europe2020 si era espressa in modo scettico, mentre noi eravamo più possibilisti. Potete approfondire a questo nostro post di traduzione del Geab 33.


Saluti felici

Felice Capretta


Ps: Secondo l’istat, l’industria è ripartita. +1,1% sul trimestre. Ne parliamo poi. Per il momento... ehi, guarda, una capretta.

martedì 9 giugno 2009

Spagna nazionalizzazione banche di risparmio

30 gradi e costume da bagno, eppure oggi è un piccolo, grasso natale per le banche spagnole.

Il governo ha infatti proposto il “Fondo per la ristrutturazione e la riorganizzazione del sistema bancario”.

Il Fondo è un eufemismo per il megafinanziamento di 9 miliardi di euro per il salvataggio del sistema finanziario spagnolo.

La ministra dell’economia Elena Salgado "spera" che il parlamento approvi la misura.

Già.

Il progetto segue le dichiarazioni rilasciate da Zapatero questo venerdì, secondo il quale alcune banche spagnole stanno fronteggiando qualche problema a seguito dello scoppio della bolla immobiliare.

Il governo le aiuterà a passare i prossimi due / tre anni difficili.

Solo qualche piccolo problema....già. Il bravo governo aiuterà le brave banche ad arrivare alla fine del 2009, quando inizierà la ripresa. Ehm, al 2010, quando inizierà la ripresa. Cioè, scusate, a passare 2-3 anni difficili.

Fatto sta che il parlamento si appresta a discutere la legge che comprende la possibilità per la Banca di Spagna di usare il Fondo anche per acquisire il controllo delle banche di risparmio, anche con diritto di voto, nel caso in cui fallissero i progetti di fusioni o ristrutturazione.

Per farla breve, il governo spagnolo sta proponendo l’ennesima legge alla Paulson, con nazionalizzazione piena delle banche di risparmio tossiche, a spese dei cittadini, attraverso il debito.

Capirai che novità. Si cerca di salvare le banche di risparmio con miliardi finanziati dal debito, come se altro debito potesse ristabilire una crisi provocata da troppo debito, e:

  • se si riesce a salvarle con i soldi della collettività, tanto meglio. Le banche ringraziano e accollano i debiti ai cittadini
  • se il buco è troppo grosso e non si riesce a salvarle, lo stato se le compra sempre con (ancora più) soldi della colettività e accolla sempre ai cittadini le medesime banche insolventi

Un ottimo affare per gli spagnoli. Roba da trasferirsi subito a Madrid.

Di nuovo la ministra dell’economia:
Vogliamo approvarlo entro la fine del mese.

Ehi, quanta fretta.

Queste sono misure preventive.

Ehi, quanta fretta per delle misure preventive.

Le banche di risparmio non hanno nessun problema in questo momento ma se la situazione economica continua ad essere difficile, potrebbero avere qualche problema

Ma solo "qualche".

Giusto perchè Zapatero aveva detto che effettivamente qualche piiiccolo problema c’e' già, per le banche di risparmio. Ma la superministra ci informa che è tutto normale.

Ehi, quanta fretta, per una situazione del tutto normale.

Finale col botto, per la serie “crisi del 1929 - crisi attuale, le pompose dichiarazioni”, la ministra rincara la dose:

Stiamo toccando o abbiamo toccato il fondo, in termini di contrazione trimestre su trimestre. Da adesso in poi, un periodo di stabilità di ripresa puo’ iniziare


Ehi, guarda, un asino che vola.

Grasse risate all'articolo completo su Forbes.


[Visto l'elevato numero di ripubblicazioni, è consentita la ripubblicazione di questo articolo solo mantenendo tutti i link attivi all'interno del post e con link attivo a questo post originale: Spagna, nazionalizzazione banche di risparmio.]


Saluti felici

Felice Capretta

lunedì 8 giugno 2009

Elezioni in LIbano e i risultati delle Europee

Già, le elezioni. In Libano. E l’astensionismo alle elezioni europee.

Oggi parliamo di questo, anche se la tentazione di parlare dell'aereo fantasma è forte..

Dai primi titoli dei giornali sulle elezioni emergono poche idee. Ma confuse.

C’e’ chi intitola “crescono le destre in tutta europa” e chi invece “delusione pdl”. C’e’ anche chi dedica un’intera pagina alla diciottenne dello scandalo che è andata a votare scortata (chissà chi paga la sua scorta?).

Anche berlusconi è andato a votare scortato, ma la scorta non è riuscita ad evitare le urla di una signora al suo seggio.

Le scorte non riescono a fermare i pensieri (pensiero caprino).

In mezzo a tutto questo ben di dio informativo, tendono a disperdersi due notizie più rilevanti:

  • I risultati delle elezioni in Libano
  • la percentuale dei non votanti alle elezioni europee

Elezioni in Libano


Risulta infatti che anche il Libano si è votato.

Nel complesso patchwork etnico-politico-religioso libanese, si contendevano il potere la coalizione filooccidentale e la coalizione arabocristiana di Hezbollah e del generale Aoun.

C’era molta attesa, specialmente in Israele, sui risultati di queste elezioni. Israele non ha dimenticato la recente sonora sconfitta inflitta a Tzahal da Hezbollah e temeva una presa del potere di Hezbollah ed Aoun.

Risultato: per il momento sembra che abbia vinto la coalizione filooccidentale.

Hezbollah ha ammesso la sconfitta.

Leggiamo da swissinfo un approfondimento

Il deputato di Hezbollah, Hasan Fadlallah, vincitore secondo i dati parziali nel distretto meridionale di Bint Jbeil, ha dal canto suo sottolineato che il duo Hezbollah-Amal, alleato del partito del leader cristiano Michel Aoun, ha riportato un vero e proprio "plebiscito" nel sud e nella valle orientale della Bekaa.

"Il Paese rimane basato su un equilibrio confessionale", ha aggiunto Fadlallah citato da al Manar, affermando però che "chi detiene la vera maggioranza è chi possiede la maggioranza in tutte le comunità confessionali".

"I numeri continuano a dire - ha proseguito il deputato di Hezbollah - che il nostro alleato Michel Aoun ha la maggioranza dei cristiani, mentre noi e Amal abbiamo la maggioranza degli sciiti. Come è possibile formare un potere quando fuori da questo potere esistono delle maggioranze comunitarie?", ha concluso Fadlallah.



I non votanti alle elezioni europee


Per quanto riguarda la seconda notizia, risulta che in Italia il primo partito in assoluto sia il partito di quelli che non votano, con una percentuale intorno al 45%. E' anche quello più in crescita, con un aumento di 10 punti percentuali rispetto alle elezioni europee precedenti.

Nel resto d’europa le cose sono ancora più evidenti: quelli che votano sono la minoranza della popolazione (affluenza del 40% circa). Di conseguenza, i non votanti si attestano al 60% circa.

Si puo’ discutere a lungo dei motivi del non voto, ma sta di fatto che chi non vota ritiene di avere qualcosa di meglio da fare rispetto ad andare a votare.

In Europa, queste persone sono la maggioranza.

Ci aggiungiamo anche noi... noi siamo la maggioranza qui e oggi.

Per il momento, accettiamo le scelte di una fetta ancora più piccola della minoranza (perchè tra quelli che hanno votato, c’e’ una parte che ha perso e conta poco o niente in funzione delle diverse leggi elettorali).

Per il momento, siamo divisi in mille fazioni: ci sono gli sfiduciati, i disinteressati, gli arrabbiati, i rivoluzionari, i complottisti, i semplici vaffanculisti.

Finchè saremo divisi, lasceremo dominare le varie minoranze.

Quando comparirà un fattore unificante abbastanza forte, il vero cambiamento sarà ad un passo.

Questo per ricordare a noi stessi che, ancora una volta, il futuro di questo mondo dipende solo da ognuno di noi.

Tutti.

Saluti felici

Felice Capretta

domenica 7 giugno 2009

Discorso completo di Barack Obama al Cairo e le elezioni

La stampa allineata è alle prese con il consueto frenetico post-elezioni.

Quale affluenza? Chi ha vinto?

Qualcuno ha vinto, qualcun altro ha perso, ma molto meno rispetto al 1992.

Sicuramente qualcuno ha già perso: le persone che da queste elezioni otterranno nient'altro che fregature. E sono la grande maggioranza della popolazione.

Ironia della politica, a prendere la fregatura sono gli stessi che, entusiasticamente o per senso del dovere, sono proprio andati a votare. Insieme a quelli che non hanno votato, naturalmente.

Veniamo alle cose interessanti.

Non vorremmo ripetere una banalità, ma come gli affezionati lettori sanno bene, l'informazione è potere.

Questo lo sanno bene anche le televisioni ed i giornali, che prelevano con accuratezza le singole parole dei discorsi dei leader, adattando leggermente le traduzioni al senso che gli si vuole dare.

A nostro avviso, questa è propaganda.

Un piccolo esempio.

Ricordate l'affermazione attribuita ad Ahmadinejad "israele deve essere cancellata dalle carte geografiche"?

Quello fu un piccolo ma meraviglioso esempio di manipolazione del Vero.

In realtà, il presidente iraniano mai pronuncio' quella frase.

Vediamo cosa risulta (potete approfondire ulteriormente a questo link):

Che cosa ha detto realmente Ahmadinejad?

Cominciamo col citare le sue parole precise in persiano: «Imam ghoft een rezhim-e ishghalgar-e qods bayad az safheh-ye ruzgar mahv shavad».

Questa espressione sarà incomprensibile per la maggior parte delle persone, ma una parola tuttavia dovrebbe far drizzare le orecchie: «rezhim-e». Si tratta della parola «regime», pronunciata come la parola inglese [«regime», NdT] con un suono supplementare – «eh» – alla fine. Ahmadinejad non si riferiva né al paese-Israele né al territorio-Israele, ma al regime israeliano.

Si tratta di una distinzione cruciale, dal momento che è impossibile cancellare un regime dalla carta geografica. Ahmadinejad non fa riferimento ad Israele con il suo nome; al suo posto utilizza la perifrasi «rezhim-e ishghalgar-e qods» (cioè letteralmente «regime che occupa Gerusalemme»).

E questo solleva un altro problema: cosa voleva esattamente vedere cancellato dalla carta geografica?

La risposta è: assolutamente niente.

Poiché non ha mai utilizzato la parola carta geografica.

In nessuna parte della sua frase originale in persiano, né del resto in tutto il suo discorso completo, compare la parola persiana «nagsheh» che significa «carta geografica». E nemmeno la formula occidentale «cancellare».

Eppure, siamo spinti a credere che il Presidente dell’Iran ha minacciato di «cancellare Israele dalla carta geografica», benché non abbia mai pronunciato la parola «carta geografica» e nemmeno «Israele».

LE PROVE DELLA DEFORMAZIONE

Ecco ora la citazione nella sua interezza, direttamente tradotta in inglese:

«The Imam said this regime occupying Jerusalem must vanish from the page of time»

[e cioè in italiano e altrettanto direttamente: «L’Imam diceva che il regime che occupa Gerusalemme deve sparire dalla pagina del tempo», NdT]

Traduzione parola per parola:

Imam (Khomeini) ghoft (said) een (this) rezhim-e (regime) ishghalgar-e (occupying) qods (Jerusalem) bayad (must) az safheh-ye ruzgar (from page of time) mahv shavad (vanish).

[Stessa cosa in italiano:

Imam (Khomeini) ghoft (diceva) een (questo = il) rezhim-e (regime) ishghalgar-e (occupante = che occupa) qods (Gerusalemme) bayad (deve) az safheh-ye ruzgar (dalla pagina del tempo) mahv shavad (sparire). NdT]


Interesante, non trovate?

Per evitare la propaganda e recuperare potere, quando è possibile invitiamo i lettori a recuperare i discorsi originali e leggerli. Nel bene e nel male. Fu così per il discorso di Ahmadinejad alla conferenza Durban 2, meno manipolato dell'esempio citato sopra.

Oggi vi proponiamo il discorso completo di Barack Obama al Cairo.

Non entriamo nel merito, solo evidenziamo alcuni stralci.

Buona lettura.

Discorso completo di Barack Obama al Cairo

Sono onorato di essere qui al Cairo, in questa città senza tempo, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.

Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.

Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi corrente dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di guerre di religione e di conflitti. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.

Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.

Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.

Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.

Sono ora cosciente che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.

Le mie convinzioni si basano parzialmente sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.

Ho studiato storia e ho imparato quanto la civiltà debba essere debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.

Anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana e di questo ne sono consapevole. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.

Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.

Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".

Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.

E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.

Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.

Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.

Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.

Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.

Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.

Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.

La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.

Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.

Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.

Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.

Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.

Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".

Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.

E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.

L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.

La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.

Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.

Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.

D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.

Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.

Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.

I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.

È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.

Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.

Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.

Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.

L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.

Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.

Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.

Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.

Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.

Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.

Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.

La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.

Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.

Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.

Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.

La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.

Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.

È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.

Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.

Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.

Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.

Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.

So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.

Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.

Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.

Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.

Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.

I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.

So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".

Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.

È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.

Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".

Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra.

Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.



termina qui Barack Obama.

Consigliamo di commentare solo dopo avere letto tutto il discorso.

Saluti felici

Felice