domenica 7 giugno 2009

Discorso completo di Barack Obama al Cairo e le elezioni

La stampa allineata è alle prese con il consueto frenetico post-elezioni.

Quale affluenza? Chi ha vinto?

Qualcuno ha vinto, qualcun altro ha perso, ma molto meno rispetto al 1992.

Sicuramente qualcuno ha già perso: le persone che da queste elezioni otterranno nient'altro che fregature. E sono la grande maggioranza della popolazione.

Ironia della politica, a prendere la fregatura sono gli stessi che, entusiasticamente o per senso del dovere, sono proprio andati a votare. Insieme a quelli che non hanno votato, naturalmente.

Veniamo alle cose interessanti.

Non vorremmo ripetere una banalità, ma come gli affezionati lettori sanno bene, l'informazione è potere.

Questo lo sanno bene anche le televisioni ed i giornali, che prelevano con accuratezza le singole parole dei discorsi dei leader, adattando leggermente le traduzioni al senso che gli si vuole dare.

A nostro avviso, questa è propaganda.

Un piccolo esempio.

Ricordate l'affermazione attribuita ad Ahmadinejad "israele deve essere cancellata dalle carte geografiche"?

Quello fu un piccolo ma meraviglioso esempio di manipolazione del Vero.

In realtà, il presidente iraniano mai pronuncio' quella frase.

Vediamo cosa risulta (potete approfondire ulteriormente a questo link):

Che cosa ha detto realmente Ahmadinejad?

Cominciamo col citare le sue parole precise in persiano: «Imam ghoft een rezhim-e ishghalgar-e qods bayad az safheh-ye ruzgar mahv shavad».

Questa espressione sarà incomprensibile per la maggior parte delle persone, ma una parola tuttavia dovrebbe far drizzare le orecchie: «rezhim-e». Si tratta della parola «regime», pronunciata come la parola inglese [«regime», NdT] con un suono supplementare – «eh» – alla fine. Ahmadinejad non si riferiva né al paese-Israele né al territorio-Israele, ma al regime israeliano.

Si tratta di una distinzione cruciale, dal momento che è impossibile cancellare un regime dalla carta geografica. Ahmadinejad non fa riferimento ad Israele con il suo nome; al suo posto utilizza la perifrasi «rezhim-e ishghalgar-e qods» (cioè letteralmente «regime che occupa Gerusalemme»).

E questo solleva un altro problema: cosa voleva esattamente vedere cancellato dalla carta geografica?

La risposta è: assolutamente niente.

Poiché non ha mai utilizzato la parola carta geografica.

In nessuna parte della sua frase originale in persiano, né del resto in tutto il suo discorso completo, compare la parola persiana «nagsheh» che significa «carta geografica». E nemmeno la formula occidentale «cancellare».

Eppure, siamo spinti a credere che il Presidente dell’Iran ha minacciato di «cancellare Israele dalla carta geografica», benché non abbia mai pronunciato la parola «carta geografica» e nemmeno «Israele».

LE PROVE DELLA DEFORMAZIONE

Ecco ora la citazione nella sua interezza, direttamente tradotta in inglese:

«The Imam said this regime occupying Jerusalem must vanish from the page of time»

[e cioè in italiano e altrettanto direttamente: «L’Imam diceva che il regime che occupa Gerusalemme deve sparire dalla pagina del tempo», NdT]

Traduzione parola per parola:

Imam (Khomeini) ghoft (said) een (this) rezhim-e (regime) ishghalgar-e (occupying) qods (Jerusalem) bayad (must) az safheh-ye ruzgar (from page of time) mahv shavad (vanish).

[Stessa cosa in italiano:

Imam (Khomeini) ghoft (diceva) een (questo = il) rezhim-e (regime) ishghalgar-e (occupante = che occupa) qods (Gerusalemme) bayad (deve) az safheh-ye ruzgar (dalla pagina del tempo) mahv shavad (sparire). NdT]


Interesante, non trovate?

Per evitare la propaganda e recuperare potere, quando è possibile invitiamo i lettori a recuperare i discorsi originali e leggerli. Nel bene e nel male. Fu così per il discorso di Ahmadinejad alla conferenza Durban 2, meno manipolato dell'esempio citato sopra.

Oggi vi proponiamo il discorso completo di Barack Obama al Cairo.

Non entriamo nel merito, solo evidenziamo alcuni stralci.

Buona lettura.

Discorso completo di Barack Obama al Cairo

Sono onorato di essere qui al Cairo, in questa città senza tempo, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.

Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.

Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi corrente dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di guerre di religione e di conflitti. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.

Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.

Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.

Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.

Sono ora cosciente che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.

Le mie convinzioni si basano parzialmente sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.

Ho studiato storia e ho imparato quanto la civiltà debba essere debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.

Anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana e di questo ne sono consapevole. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.

Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.

Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".

Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.

E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.

Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.

Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.

Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.

Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.

Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.

Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.

La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.

Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.

Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.

Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.

Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.

Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".

Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.

E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.

L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.

La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.

Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.

Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.

D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.

Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.

Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.

I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.

È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.

Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.

Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.

Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.

L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.

Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.

Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.

Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.

Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.

Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.

Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.

La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.

Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.

Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.

Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.

La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.

Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.

È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.

Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.

Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.

Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.

Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.

So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.

Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.

Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.

Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.

Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.

Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.

I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.

So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".

Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.

È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.

Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".

Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra.

Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.



termina qui Barack Obama.

Consigliamo di commentare solo dopo avere letto tutto il discorso.

Saluti felici

Felice

27 commenti:

Daniele ha detto...

E' possibile anche astenersi?
Il dircorso può essere bello come quelli di Martin Luter King o pieno di doppi senzi, a seconda di come lo si vuole guardare.
Però non voglio neppure negare a priori che magari qualcosa possa cambiare.

Vabbhe, incrocio le dita e spero...
Senza paura.

Daniele ha detto...

Scusate gli errori di battitura
:-(

Felice Capretta ha detto...

mah, infatti. ci sono molti proclami ed aperture, com'e' nello stile di obama al quale siamo abituati ormai.

bisogna vedere a quali di questi proclami seguirà una azione concreta.

effettivamente c'e' una presa di posizione abbastanza ferma sulla questione degli insediamenti e sui due stati, cosa che ha fatto infuriare non poco gli israeliani abituati alla servitù.

per il resto, ho grassettato alcuni passi proprio perchè soggetti ad interpretazione...

mmm...

saluti felici

Felice

guru2012 ha detto...

Il discorso di Obama è pieno di buone intenzioni, ma la credibilità dei concetti espressi è messa in dubbio dal costante riferimento all'11 settembre e alla storia degli estremisti violenti che si nascondono sulle montagne.

Ciò mi fa temere che sia cambiato "lo stile", ma che la sostanza rimanga quella di sempre.


Finale:

"Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra."


Volere di Dio?

Anonimo ha detto...

veramente un gran bel discorso... ummmm.. sono artisti.. intendo il team che crea queste meravigliose poesie che barack ci legge.

"i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam."
si si, quando l'america lancia razzi e uccide a vanvera in casa d'altri poi...

"America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo." e il petrolio??? tra poco, con obama, i tir andranno "ad amicizia".

"Da molti, uno solo". nuovo ordine mondiale????? :)

"quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni." e quando una nazione vuole vendere il petrolio in euro?? e poi... specialmente se gli illuminati & c. orchestra il tutto.

"nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra." e si.. barack.. dillo ai tuoi amici :)

"io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati;" si si in stile unione europea.. di cui non si sa nulla.

"Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque." ma che bravi gli americani, ci vogliono proprio un bene dell'anima!! che eroi.

"E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli." mmmm??? che significa... boh... ;) veramente una pessima frase...

Anonimo ha detto...

Bèèèè! Felice, a me piace molto leggere
i discorsi completi come questi,ma poi alla fine frullando nella mia mente mi ricordano sempre altri discorsi,mi sembra di ricordare dei discorsi di Clinton appena insediato,che non sia lo stesso (POETA),poi, come quacuno prima di mè fà notare,c'è 11 settembre che è tutto un rebus,prima delle elezioni lui parlava di riapertura inchiesta, invece????
chiusura del carcere??????
aiuti in economia alla gente,e invece solo aiuti alle banche,assicurazioni ed esercito.

Il mio parere,predica bene ma razzola male.

Anonimo ha detto...

Si dovrebbe anche considerare un po' di realismo e di buon senso: per quanto bello, buono e abbronzato sia, neppure Obama può lanciare mine tali da scardinare l'intero sistema politico americano in un solo discorso. e consideriamo che gli squali più affamati, l'Obama, ce li ha in casa. Se il suo discorso è cerchiobotismo, o equilibrismo, questa è una cosa che chiunque al suo posto avrebbe dovuto o potuto fare. Ma le giuste e opportune per l'occasione bombe son state tirate, e hanno fatto il loro effetto: andatevi a vedere le reazioni della stampa israeliana. I più gentili gli hanno promesso pulsa deniura...
In Europa, poi silenzio. Anche questo è indice che le bombe sono state lanciate, e ci si prepara alla controffensiva.
Saluti a tutti.
L'Africano

Felice Capretta ha detto...

> i più gentili gli hanno promesso pulsa deniura

bingo :-)

il famoso discorso del cairo ha scatenato un'ondata di ostilità da parte israeliana.

obama ha perso il consenso del 60% della popolazione locale. i giornali, i rabbini e i giovani ubriachi nelle vie di gerusalemme (gli abbonati effedieffe sanno di cosa parlo) lo vogliono come minimo gettato nella pece e rotolato nelle piume.

soprattutto, hanno sibilato la velenosa accusa di antisemitismo.

eppure, leggendo il discorso, non ci vedo un motivo che sia uno per reazioni così scomposte.

differenza tra discorso originale e discorso rimaneggiato per fini propagandistico-politici.

saluti felici

Felice

Anonimo ha detto...

Forse ci vuole un nuovo 9/11 per ricordare ad Obama quanto possono essere cattivi gli islamici!

DonCav

Felice Capretta ha detto...

già, oppure un pazzo isolato..

saluti felici

felice

Anonimo ha detto...

no no no ... buttare giu le torri gemelle è qualità MADE IN USA... sono anni che ci prendo per il culo.

avete letto il rapporto sula nano-termite rilevata nei campioni di polveri prelevate in diversi punti di manhattan durante i crolli???

poi... 2 aerei e tre edifici POLVERIZZATI di cui l'ultimo a distanza di qualche ora, l'edificio 7 se non erro... suvvia... informiamoci almeno un minimo.

Anonimo ha detto...

Lo storico discorso di Obama al Cairo segna una svolta nella politica USA in Medio Oriente?

Mmmh...
Le recenti stragi targate amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan non sembrano avvallare l'ipotesi.
La grande operazione di marketing del Cairo non fa che imbellettare quello che ormai è evidente: la devastante situazione economica USA non consente altre guerre.

Non resta ai cittadini antimilitaristi che concentrarsi quindi sull'unico punto debole dei guerrafondai: la finanza.
Tagliamo, nel nostro piccolo, consumi, bot, obbligazioni, azioni, prodotti finanziari e/o assicurativi. Prosciughiamo i conti correnti, magari facendo sapere il perché al direttore di filiale. Usiamo il baratto e monete complementari autogestite. Organizziamoci localmente in società di mutuo soccorso e cooperative informali.

Molto più efficace che prendersi manganellate in corteo, è inoltre un approccio difensivo alla finanza familiare in questo periodo di recessione.

A proposito di manganellate, sappiate che, se passa il trattato di Lisbona (quello cassato dagli irlandesi - dopo che francesi e olandesi avevano cassato la Costituzione - ma il potere ci riproverà entro l'anno), sarà possibile sparare sui manifestanti quando "assolutamente necessario". E' vago dire "assolutamente necessario"? Eh già...

Inoltre, in Italia, il lodo Alfano ha introdotto la simpatica novità che il Presidente del Consiglio può porre il segreto di Stato su qualsiasi azione dei servizi. Fine del controllo della magistratura su queste decine di migliaia di uomini, che potranno fare tutto quello che discrezionalmente il Presidente del Consiglio riterrà opportuno.

Dulcis in fundo, per chi ancora spera(va) in una Europa "potenza di pace", sempre la suddetta porcheria di Lisbona istituzionalizza la possibilità di guerre di aggressione.
E tutti gli europarlamentari italiani appartengono a partiti guerrafondai che hanno firmato e finanziato tutte le ultime nostre missioni di occupazione.

Attacchiamoci al grano, che è l'unica.
Ve lo dice uno di Genova.


cari saluti
Alez

Felice Capretta ha detto...

@ anonimo 20:39

forse ci hai presi troppo sul serio?

:-)

ne avevamo parlato qui

http://informazionescorretta.blogspot.com/2009/04/termite-al-wtc.html

e qui (a metà post) qualche accenno a certi piccoli dettagli del 9/11

http://informazionescorretta.blogspot.com/2008/12/lattentato-al-taj-mahal-mumbai.html

saluti felici

Felice

andreaatparma ha detto...

già, la vera fiction non stà a hollywood, bensì nelle istituzioni politiche.
finiamola di spendere soldi per andare a teatro o al cinema.
basta recarsi ai vari comizi oppure guardarsi in tele discorsi tipo obama, oltre che sintonizzarsi sulle reti tv durante i tg.
ecco dove troviamo le meglio recitazioni.
e poi finiamola di leggere tonnellate di libri su herry potter, la compagnia dell'anello, ecc.
ci si abbona al corriere e la fantasia corre...
e per chi ama il thriller ci si collega al sito dell'oms e si aspetta che l'allarme pandemia arrivi al livello 6 per cacciare un urlo alla stephen king.

Anonimo ha detto...

OSCAR PER OBAMA

Il discorso di Obama al Cairo è stato un’opera di straordinaria bellezza. Presentava la miglior produzione, il miglior attore, la migliore sceneggiatura che si sia mai vista da molti anni, meritava l’Oscar degli Oscar. Le elite di potere americane si sono spremute le meningi e hanno tirato fuori il miglior leader possibile per ristabilire l’immagine sgualcita del loro paese. Obama è un modello di leader di nuova generazione, non ancora reperibile all’estero. E’ un grande oratore, è pieno di carisma, alto, magro, giovane. Ha dimostrato che: yes, they can. La nostra amica ed ex candidata alla presidenza, Cynthia McKinney, ha così spiegato il fenomeno Obama: “Le cose non funzionano così nella politica americana, né probabilmente nella politica di nessun luogo del mondo; un illustre sconosciuto non arriva al Senato senza opposizione e poi si candida alla Casa Bianca due anni dopo. Semplicemente non funziona così. A meno che non sia stato pianificato”.

Anonimo ha detto...

A quanto sembra, Obama è stato pianificato per fare pace con il mondo musulmano. Un presidente americano non è un dominatore onnipotente: è piuttosto un attore, scelto da produttori e registi che restano dietro le quinte, per recitare questo importante ruolo. Non scrive i propri discorsi più di quanto Leonardo Di Caprio possa scrivere il monologo di Romeo. Non può neppure decidere la propria politica. E’ per questo che le sue parole e le sue azioni sono importanti: esse rappresentano la volontà di cambiamento delle elite di potere. Questo cambiamento sarà necessariamente lento, visto che la pesante corazzata americana non può cambiare direzione di punto in bianco.

Anonimo ha detto...

In questa fase di cambiamento e di priorità che si modificano in continuazione, è evidentemente difficile prevedere i prossimi sviluppi, poiché essi dipendono anche da noi. Il mondo ha bisogno di un’America che guardi di più al proprio interno, ma anche un’America meno aggressiva sarebbe un passo avanti. Guardando indietro, l’ostilità americana verso il mondo musulmano esplose nel 2001, ebbe il suo culmine nel 2003, ora ha fatto il suo decorso e sembra essere conclusa. Questi anni di guerra contro l’Islam non sono stati particolarmente piacevoli o redditizi per l’America. E’ giunto oggi il momento di modificare le priorità. Il cacciatore di aquiloni, bestseller di Khaled Hosseini, ha offerto una nuova interpretazione della realtà: il protagonista del romanzo è un musulmano per nascita e tradizione che odia il clero musulmano, ama il whisky, ama l’America e Israele e odia la Russia. Il cattivo del romanzo ama Hitler, è pedofilo e stupratore, e – naturalmente – è un militante talebano. La persecuzione di una minoranza etnica è l’equivalente locale della storia ebraica. Questo libro offre ai musulmani non religiosi la possibilità di integrarsi nell’immaginario americano.

Anonimo ha detto...

Perché no? Gli Stati Uniti sono una nazione politica, non etnica, e i musulmani possono esservi accettati e spesso lo sono. Per quanto i non americani immaginino spesso le elite americane composte da WASP e da ebrei, fra esse vi è in realtà gente di ogni sorta, immigrati provenienti da ogni paese. Ciò rappresenta una fonte di potere: l’America riesce a trovare facilmente un russo per parlare con i russi o un cinese per parlare con la Cina. I musulmani se la passano bene in America, alcuni di essi sono immensamente ricchi.

Anonimo ha detto...

Questa svolta implica il ridimensionamento della Lobby Ebraica. L’ala destra del sionismo ebraico ha abusato troppo a lungo della pazienza americana. Essa ha sopravvalutato la propria presa su questa amministrazione. La rimozione di Charles Freeman [candidato da Obama alla presidenza del National Intelligence Council e poi costretto a ritirarsi a causa delle pressioni delle lobby, NdT] è stata la loro ultima vittoria di Pirro. L’arrivo di Netanyahu che, con occhi scintillanti, predicava l’Amalek [parola ebraica che indica una minaccia all’esistenza stessa del popolo eletto, NdT] è stato un passo ulteriore verso la loro disfatta. “Amalek” è una parola in codice per chiamare al genocidio, una scorciatoia per chiedere ad Obama di sterminare gli iraniani fino all’ultimo bambino e all’ultimo gatto. Era troppo anche per il paziente Obama.

Anonimo ha detto...

Così un sogno è diventato realtà: dopo un lungo dominio da parte del centrodestra ebraico, ora le posizioni d’influenza sono passate nelle abili mani della sinistra ebraica. Non crediate che le loro posizioni siano anti-israeliane. Certo, la destra ebraica americana e israeliana odia Obama. Ma alla sinistra israeliana è piaciuto quel discorso: avrebbe potuto essere stato scritto da Yossi Sarid o da Uri Avnery. E’ piaciuto anche alla J-Street, lobby ebreo-americana di sinistra.

Anonimo ha detto...

Non dovrebbe essere una grossa sorpresa. In un’intervista rilasciata un anno fa a un giornale israeliano, Obama aveva citato Il vento giallo di David Grossman come il libro che aveva influito sulla sua visione delle cose. Si tratta di un libro splendido, probabilmente il miglior libro di non-fiction mai scritto da un autore ebraico sulla situazione attuale, in cui vengono descritti gli orrori del dominio dei coloni nei territori occupati. Grossman è un’icona del sionismo di sinistra, fondatore dell’ala sinistra del Meretz-Yachad, partito di sinistra. La divergenza fra America e Israele, fra il grande e il piccolo stato ebraico, è ora un fatto compiuto: Barak Obama e la sua amministrazione si sono posizionati a sinistra del centro, mentre Israele e i suoi sostenitori negli Stati Uniti si trovano a destra del centro.

Anonimo ha detto...

Si dice che qualche anno fa Ariel Sharon, allora primo ministro d’Israele, abbia affermato che il Popolo Ebraico controlla l’America. Dopo le ultime elezioni, il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, aveva interpretato questa massima come “Israele controlla l’America”. Era stato troppo ottimista e troppo semplicistico. Forse gli ebrei americani occupano molte posizioni di potere, forse hanno molto a cuore lo stato ebraico del Medio Oriente, ma hanno comunque le loro priorità: l’America è più importante e non intendono perderla a causa dei loro cugini d’oltreoceano.

Anonimo ha detto...

Nel 2001 avevo paragonato gli ebrei americani alla sorella maggiore de Il grande sonno di Raymond Chandler, la quale funge da copertura ai crimini della sorella più piccola. Voi probabilmente ricorderete il film, uno dei migliori film americani di ogni tempo, scritto da William Faulkner, diretto da Howard Hawks, interpretato da Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Protetta dalla copertura, la sorella più giovane inizia a credere di possedere l’immunità e scatena la sua furia omicida. Ma alla fine i suoi crimini mettono a rischio la posizione, apparentemente sicura, della sorella maggiore. Così la preoccupata Lauren, senza perdere un minuto, chiama Bogart per mettere le redini alla sorella impazzita, prima che distrugga il casato per accontentare i suoi ciechi sostenitori. Otto anni dopo, ecco arrivare Bogart Obama.

Anonimo ha detto...

Non aspettatevi che gli ebrei americani si mettano a piangere e scappino in Israele. La posizione degli ebrei negli Stati Uniti resta forte e Obama ha reiterato, in versione lite, il loro immaginario sionista: dopo l’Olocausto di sei milioni di ebrei (e guai a chi osa metterlo in dubbio!), il popolo ebraico, provato da lunga sofferenza, giunse nella terra dei propri antenati e i legami dell’America con esso sono “indistruttibili”. In ogni caso, l’ala destra della Lobby Ebraica, o “Likud Americano”, come si usava chiamarlo, ha subìto una sconfitta. Oggi possiamo affermare che la disfatta di Bernie Madoff non è stata un incidente, ma un attacco diretto alle capacità della destra ebraica di influire sulla politica: molti individui e molte organizzazioni dell’ala destra ebraica hanno perduto il surplus di denaro che serviva loro per intrallazzare.

Anonimo ha detto...

Un nuovo colpo d’avvertimento è stato sparato qualche giorno fa, quando un sopravvissuto all’attacco israeliano del 1967 alla USS Liberty è stato insignito della Stella d’Argento al valor militare, come già riportato. I principali media americani (in gran parte posseduti e diretti da ebrei) hanno intenzionalmente omesso questa notizia, come si può notare inserendo su Google le parole “silver star Halbardier”. Il lettore attento troverà la notizia su un sito americano d’informazione militare, ma questo è tutto. Il lettore o telespettatore medio americano sarà privato di questa notizia, benché essa sia degna di rilievo, cavolo se lo è: dopo averlo negato per quarantadue anni, gli alti papaveri americani hanno ammesso che il loro migliore alleato, Israele, ha intenzionalmente e deliberatamente attaccato con siluri ed aerei da guerra una loro nave di sorveglianza, uccidendo e ferendo due terzi dell’equipaggio, mentre il presidente Lyndon B. Johnson copriva il massacro e lasciava correre.

Anonimo ha detto...

Il silenzio dei media è stato importante quanto la notizia: è servito ad avvertire l’amministrazione di agire in accordo con i signori dei media; altrimenti le sue azioni non raggiungeranno mai il pubblico americano. Nonostante il suo blog e i suoi contatti informali con centinaia di migliaia di americani, Obama non possiede alcuno strumento per parlare in modo efficace ai suoi cittadini, se non attraverso i media. E i media di destra possono essere nemici crudeli, come attesta questo articolo del NY Post.

Anonimo ha detto...

Molti amici della Palestina, compreso Noam Chomsky, hanno trovato delle pecche nel discorso del Cairo. Di certo Obama non si è spinto tanto in là quanto avrebbe voluto. I suoi sostenitori sono sionisti in versione lite, non indifferenti gentili. E’ già stupefacente che sia riuscito ad arrivare a tanto. Ha promesso di ritirare le truppe da Iraq e Afghanistan, di ricostruire l’Afghanistan, di destinare fondi per il suo sviluppo. Ha confermato che l’Iran ha il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici. Ha invitato Israele a confrontarsi con i palestinesi su un piano di giustizia. Lasciamo che sopravviva a questo discorso e che continui a fare pressioni. Certo, Obama è stato accuratamente progettato e pubblicizzato dalle elite, ma questo non vuol dire che non possieda libero arbitrio. Molti re e molti capi di stato sono stati eletti grazie al denaro e all’influenza degli ebrei, per poi modificare il proprio atteggiamento. Josip Stalin divenne capo dell’Unione Sovietica grazie a Kamenev e Zinoviev, due potenti ebrei bolscevichi, ma qualche anno dopo li fece fucilare e la Lobby Ebrea sovietica dovette abbassare un po’ la cresta. Questo può succedere anche con Barak Obama.